
Proprio oggi, è un omaggio un po’ particolare per ricordare la famosa poesia manzoniana:
E fui. Mobile come Imicis,
morta sola di spirto.
O tette, lame mai spoglie,
primo sorso ambito.
Letteratura di travərso

Proprio oggi, è un omaggio un po’ particolare per ricordare la famosa poesia manzoniana:
E fui. Mobile come Imicis,
morta sola di spirto.
O tette, lame mai spoglie,
primo sorso ambito.
In quest’ultimo mese ho affrontato quattro autori di un certo calibro, ognuno per una ragione specifica: Truman Capote, Jorge Luis Borges, Elmore Leonard e Ray Bradbury.
Il primo libro è di Truman Capote, Preghiere Esaudite. È la storia di un massaggiatore nella New York della Upper East Side che è anche uno scrittore in via d’affermazione. È un personaggio ambiguo, benché con Capote questa parola diventi aria in una nube bianca. Non è solo omosessuale quindi, è ambiguo, cioè anche nella sua omosessualità “occasionale” ha delle ambiguità di fondo. Il suo sogno è diventare ricco e famoso e… tadadan! Ci diventa. Ma come afferma lui stesso “Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”. Come dargli torto, un massaggiatore\scrittore in un mondo di artisti miliardari, politici e parassiti, perversi ed ebeti. Capote cambiò pochi nomi dei personaggi all’interno del suo romanzo, così da lasciar trapelare i veri vizi e le debolezze dei grandi del mondo come Greta Garbo, Sartre, Andy Warhol, Salinger e altri. Ma quello che lascia questo libro si impregna nel tessuto emotivo del lettore. La verità non esiste, è come l’illusione. Ma l’illusione, spesso evitata, scartata, allontanata, può raggiungere la Verità Pefetta.
Il secondo libro è di Jorge Luis Borges, Finzioni ed è il libro che ha fatto conoscere il genio di Borges in Italia nel 1955. È una raccolta di racconti fantastici, simbolici, polizieschi ed esoterici che hanno tutti lo scopo di creare un’immagine nitida dell’illusione, della finzione. Come sa ben comunicarlo, Borges dipana le storie tenendo sempre presente il punto fermo dell’esistenza umana: c’è un centro in ognuno di noi e, spesso, questo centro è totalmente oscuro, nefasto a volte. Una serie di racconti che trasudano migliaia di altri racconti al loro interno, che svelano a poco a poco altre storie, altre facce della stessa medaglia, che non sono mai solo due. Ogni racconto va riletto e riletto, percepito anche, compreso con ogni senso di cui la nostra forma umana ne è capace. Leggere Borges vuol dire farsi una domanda: voglio scendere laggiù, nel buio?
Il terzo libro è di Elmore Leonard, Out of sight, un “noir” divertente. La storia è di uno dei più grandi rapinatori di banche degli Stati Uniti, quasi al pari di Dillinger. Il destino farà incontrare Jack Foley, il rapinatore, e Karen Sisco, una federal marshall mozzafiato, in un bagagliaio durante un’evasione. Poi un turbine di rapine, sparatorie e scazzi vari. Ma a parte la storia avvincente, sono i dialoghi che portano Leonard sul piedistallo dei grandi narratori contemporanei. La storia sembra improvvisamente passare in secondo piano in un discorso, la si percepisce nelle parole degli interlocutori. Leonard narra la storia nel discorso diretto tra due che parlano. Invidiabilmente grandioso!
Il quarto libro è di Ray Bradbury, Farhenheit 451. Si lo ammetto, forse per un lettore forte e appassionato nonché scrittore alle prime armi come me avrei dovuto fare tesoro di questo libro molto tempo prima. Ma è andata così, tra l’altro ho scoperto di averlo per caso. Sistemavo i libri nella libreria quando è uscito fuori dal nulla. Non l’avevo comprato, fa parte di quei libri che mi ha regalato mio zio quando ha dovuto svuotare casa a Roma per andarsene a vivere in Nuova Zelanda. Comincio a leggere, per curiosità, e ci rimango inchiodato tre ore. Poi la sera dopo altre quattro e lo finisco. Una storia fuori dall’immaginario possibile: un libro di fantascienza… ma quale fantascienza. Se non sta attenta l’umanità dovrà prendere Farhenheit 451 come una Bibbia, come un libro premonitore. La storia detta così sembra assurda: ci sono degli incendiari, una specie di pompieri, che hanno però il compito apposto, appiccare cioè il fuoco invece di spegnerlo. E così vengono chiamati per bruciare libri e le case di quelli che posseggono ancora i libri. L’umanità vive in una specie di lobotomizzazione continua da parte dei media e della tecnologia e i libri vengono visti come distruttori della felicità. Un libro, dicono, mette tristezza perché ti fa capire quanto sei piccolo e ignorante, stimolano il pensiero e ti permettono di elevare la tua mente. E dall’alto non potrai fare altro che considerarti un povero cane, e via alla depressione. Eliminando i libri invece, nessuno potrà elevarsi a giudicare se stesso o gli altri. Tutti vivono nel piattume di una vita determinata e monotona. Bradbury parla dell’importanza dei libri, ma non come oggetti in sé, ma perché il libro è un ricettacolo in cui vengono riposte le cose che si temono di dimenticare. “La magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello onde rivestirci”.
Ma quello che mi ha colpito di Bradbury è l’atmosfera che riesce a creare intorno, viva, opprimente e drammaticamente realistica. Personaggi e creature di altri mondi che però non smettono di avere quella scintilla di umanità che li rendono realmente pericolosi. In questo libro ho sentito gridare l’angoscia e la paura di un mondo che sta già cominciando ad allargarci le braccia.
Quello che intendo per letteratura di traverso? Una letteratura che si mette di traverso in gola dandoti l’impressione di voler piangere. Una letteratura che colpisce prima lo stomaco, il cuore e dopo, in fondo, la mente. Queste due canzoni, una di Cocciante e l’altra di Battiato, sono la dimostrazione di cosa sia l’amore e di cosa sia capace di fare. Tanti hanno parlato d’amore, e molte volte così vilmente da starci male. Quindi voglio riproporre qui la letteratura su spartito. Lo so, non è da me. Ma queste canzoni mi hanno scosso dentro e dato un gran vibrato per tutto il corpo…
Io non posso stare fermo con le mani nelle mani, tante cose devo fare prima che venga domani… E se lei già sta dormendo io non posso riposare, farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare. Perché questa lunga notte non sia nera più del nero, fatti grande, dolce Luna, e riempi il cielo intero… E perché quel suo sorriso possa ritornare ancora, splendi Sole domattina come non hai fatto ancora…
E per poi farle cantare le canzoni che ha imparato, io le costruirò un silenzio che nessuno ha mai sentito… Sveglierò tutti gli amanti parlerò per ore ed ore, abbracciamoci più forte perché lei vuole l’amore. Poi corriamo per le strade e mettiamoci a ballare, perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore, poi con secchi di vernice coloriamo tutti i muri, case, vicoli e palazzi, perché lei ama i colori, raccogliamo tutti i fiori, che può darci Primavera, costruiamole una culla, per amarci quando è sera. Poi saliamo su nel cielo e prendiamole una stella…
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza. I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
Una dimostrazione d’amore e una promessa d’amore. Chi è in grado veramente ti fare tutto questo per un’altra persona può dire di saper amare.
Restate sui vostri divani confortevoli, ebeti della malora. Non tentiate neppure un momento di scrollarvi l’olezzo della monotonia dalle spalle e di guardarvi, finalmente, dinanzi ad uno specchio. Perché vedreste, miseri voi, uomini senza nerbo e senza paure, privi di passione e avviliti dall’inconsistenza della loro vita, che si trascinano come foglie secche d’autunno sull’asfalto inumidito.
Non illudetevi un secondo di saper amare, altro è l’amore; a voi resta il desiderio più infimo, quello scaturito dal basso, dalla zona più sporca. Amare è una grande sfida, forse la più temibile, di sicuro la più elusa; dove non c’è amore non c’è la voglia di vedersi peggiore di quel che si è. Mai saprete amare, ma vi consolerà il fatto di non volerne sapere e poi, mancherete di tutto.
Voi, teste reclinate all’idiozia, imparate per lavoro, lavorate per noia e leggete per dovere. Iddio, se ci fosse, vi toglierebbe la parola per non ascoltare i vostri turpiloqui su argomenti che non conoscete ma su cui avete molte opinioni. E non avvicinatevi all’umiltà, vi scanserà come foste peste bubbonica. Non vi lusingate di odiare i diversi, non siete razzisti o intolleranti, soltanto mediocri burattini di un palco triste; perché vostra è l’insensibilità, e solo una grande sensibilità può farvi odiare veramente qualcosa.
Sono andato con un amico a vedere un “Burlesque”, il grande spettacolo parodistico dell’Ottocento. Bene, di parodistico non c’era niente. Il locale non era assolutamente adatto ad un Burlesque, in realtà non era adatto a nessun tipo di spettacolo: il palco era piccolo e relegato ad un angolo e di tanto in tanto partiva il gracchiare di qualche cassa con il volume sparato violentemente. Non c’era nessuno che suonava, la musica tristemente rubata a qualche ugola di fuoco che è in voga al momento nel hit e le luci facevano pena.
Il pubblico, quello si che poteva andar bene ad un Burlesque, con tanti personaggi inverosimili come il proprietario che nel mezzo dello spettacolo è salito in piedi su di un tavolo contorcendosi manco fosse in preda a convulsioni da ecstasy. Il tavolo alle mie spalle ospitava quattro coppie quarantenni: loro, i maschietti, panciuti tanto da slabbrare i maglioncini di finto cachemire e con le sciarpe alla moda attorcigliate al gozzo come fosse una tortura; loro, le donnaccie, quattro straniere, russe se non sbaglio, con capelli anni ’80 e fare da prostitute malcontente per lo squallido locale scelto dai loro papponi.
Il resto erano ragazzi, presenti più o meno volontariamente alla serata, chi beve, chi ride, chi è eccitato. Leggi il seguito di questo post »
Mi è capitata di leggere un’affermazione della Arendt del 1969, e questo mi ha portato a risfogliare una rivista di Antropologia (si chiama Antropologia ed è edita dalla Meltemi e curata da quel grand’uomo di Ugo Fabietti). La rivista in questione si intitola “Violenza” e mai come ora mi ha suggerito il prossimo argomento per un libro.
L’affermazione della Arendt è: “La rabbia, e la violenza che a volte – non sempre – l’accompagna, appartengono alle ‘naturali’ emozioni umane, e curare l’uomo da esse vorrebbe dire soltanto disumanizzarlo o evirarlo“.
Non potrei essere più d’accordo. E la signora Arendt mi ha appena dato un suggerimento interessante…
Era buio l’altra sera
Fuori con gli amici a bere, eravamo quattro gatti
Torno a casa ubriaco
Scelgo di pisciare, ho due coglioni da toro
Scendo dalla macchina,
un freddo boia, e chi ti vedo?
Una cagna che bacia in bocca un cavallo
Io li guardo sottecchi
Mentre sto con l’uccello in mano
Affianco c’è un gatto, li guarda in cagnesco
E io penso: una cagna che bacia un cavallo
Roba da porci, che maiali!
Alla fine un brivido mi sfiora l’uccello
E mi viene la pelle d’oca
Che serata da cani!
Un racconto crudo ma con il cuore tenero. Pubblicato su Il paradiso degli orchi
Cos’è il PEP? Secondo me è il modo migliore per combattere il servilismo dell’editoria italiana e tutto quello che di marcio ha. Le Nubi Edizioni, una piccola casa editrice fondata da tre ragazzi in gamba e, soprattutto, con l’amore per la cultura e per l’editoria, ha lanciato un’idea innovativa.
Partendo dalla considerazione della difficile condizione in cui, soprattutto i piccoli editori, vivono e sopravvivono, hanno scoperto, a mio avviso, il punto di svolta: l’unione. Esattamente quella stessa unione che è venuta a mancare negli ultimi anni, distrutta dall’individualismo e dall’isolazionismo soprattutto intellettuale. Ho incontrato i tre ragazzi quasi per caso, e mi sono reso conto di quanto sono impegnati e testardi. Se magari ce ne fosse tanta di gente così…
Ma non mi dilungo ancora… lascio parlare direttamente loro al riguardo:
Perché pubblicare ancora libri? Siamo nel 2010, i libri sono superati, sono oggetti desueti in attesa della propria fine. Questo è il tempo dei tablet, degli ereader, degli ebook, dei testi on line, della letteratura virtuale e della saggistica usa e getta. Siamo nel tempo degli instant book, dell’instant thinking.
Bene, Noi non la pensiamo così, siamo convinti dell’esatto contrario, e per verificare questa convinzione, per far sì che non sia una verità presunta ma verificata nella più profonda sostanza, abbiamo deciso di pubblicare un nuovo libro con una modalità diversa. Abbiamo scelto, per la raccolta di saggi sul tema del “Noi” di Marina Garcés, di aprire una sottoscrizione pubblica sul portale produzionidalbasso.
Vi invito a visitare il sito de Le Nubi Edizioni e, soprattutto, a sostenere qui le belle iniziative di cui abbiamo veramente bisogno
Questa foto, scattata da Tony Dejak nel tribunale di Millersburg (Ohio), fa davvero male. E non perchè mostra i piedi incatenati di un bambino di 10 anni che, per una sfuriata con la madre, ha preso la carabina e l’ha ammazzata. Fa male perchè mostra la fine di un essere umano.
Ora, prima di domandarci che cosa sia passato nella testa del ragazzino, o come diavolo si fa ad uccidere la propria madre, dovremmo domandarci che cosa ci faceva la carabina in casa e perché un ragazzino di dieci anni sapesse dov’era e come fare fuoco. Ma qui cominceremmo a parlare di morale e, sinceramente, non credo molto alla morale. Dicono che la morale è quella voce che ti guida nella vita, che ti suggerisce che fare, alcuni addirittura dicono che venga dall’alto, da qualcosa di superiore dell’essere umano. Io dico invece che la morale è una buona giustificazione, per tutti. La morale è determinata dal contesto, dalla società, dall’educazione e dalla gente che ti sta intorno. Fondamentalmente l’uomo non ha bisogno di una voce aggiunta alle tante che già possiede nella sua testa, bensì una giustificazione. Ha bisogno di sapere i suoi obiettivi, di poter spendere le sue energie in qualcosa, e di sentirsi giustificato. Leggi il seguito di questo post »